mercoledì 25 marzo 2026

C'è Guerra e Guerra


 

 

 Il Mondo è in guerra ormai da tanto tempo e tutti ne subiamo le conseguenze,primi tra tutti  i popoli delle zone più  in causa, dove missili e droni  seminano morte e distruzione, e poi tutti i popoli che pur non facendo uso delle armi, sono stati catapultati in un lungo momento di crisi economica che rallenta il futuro e ridimensiona quelle che erano ritenute certezze.

Quando molti anni fa scrissi  "Valledoro", uno dei miei soliti raccontini demenziali,che di tanto in tanto ero solita proporre ai miei bambini, di guerra nel mio paese non se ne parlava proprio, o se ne parlava come un evento che c'era stato e che non si sarebbe verificato mai più. C'era la convinzione che non sarebbe più stata vissuta da nessuno, anche se la pace conquistata a costo di tante perdite, durante la Seconda Guerra Mondiale, alla fine era diventata un'abitudine da considerare come qualcosa di così normale, tanto da non darle neanche l'importanza alla quale aveva diritto.  Insomma sembrava di vivere in uno di quei paesi felici dove i popoli non hanno storia. Ma era solo un'illusione!

 

Chissà perché dalla mia penna invece usci un esercito armato di tutto punto.

 

"E poi arrivò un giorno in cui la Pace finì, e anche Valledoro dovette prepararsi per fronteggiare un nemico.

Ma quel giorno che spettacolo si presentò agli occhi di Brando e Iris! Un esercito era schierato davanti al temibile antro del regno di Ego, e altri soldati stavano arrivando da tutte le parti.
A Iris si inumidirono gli occhi dall’emozione, mentre Brando non riusciva a riaversi dalla sorpresa che tale visione gli aveva procurato. Era talmente sorpreso, che non riusciva neanche a ridere, anche se dentro di sé, cominciava a sentire un pizzicorino che partiva dalla punta dei piedi e che irrefrenabilmente si allungava su per le gambe, fino ad arrivargli allo stomaco. Tra un po’ sarebbe giunto alla bocca e allora……..
Poi guardò Iris e immediatamente seppe che mettersi a ridere sarebbe stato l’errore più grande della sua vita. Quello a cui assisteva, non era uno scherzo, ma una cosa estremamente seria che aveva una dignità, che solo ora vedeva in tutta la sua grandezza. L’esercito che si snodava davanti ai loro occhi ad un tratto diventò qualcosa di così dignitoso, che cominciò a guardare tutti con rispetto.
C’erano tartarughe supercorazzate, sopra le quali, piccoli cannoni muniti di turaccioli pieni di polvere pizzicorina, puntavano contro l’ingresso dell’antro dal quale cominciavano a uscire suoni strani. Evidentemente le immagini che rimbalzavano l’una sull’altra, avevano messo in moto altri meccanismi, per cui si sentivano chiaramente dei bip-bip senza alcun senso, che cominciavano a diffondersi nell’aria circostante con una frequenza sempre maggiore. Dietro lo squadrone delle tartarughe, un altro imponente esercito di castori aveva le forti code già armate di palle di fango impastato con l’ortica, da catapultare contro i nemici, che di lì a poco sarebbero senz’altro apparsi a difendere il loro regno, e interi stormi di uccelli più diversi, volavano ad ali spiegate, primi tra tutti i pellicani, che con volo planato, avrebbero scaricato dai loro capienti becchi milioni di pulci, di cimici, di pidocchi, di formiche,ciascuno dei quali era stato dotato di una bomboletta del temibile liquido pruriginoso, (il terribile grattachecca b2) contro il quale neanche le più sofisticate corazze avrebbero potuto resistere! Poco distanti un esercito infinito di zanzare ballerine e di api industriose, dal volo leggero e silenzioso stavano affilando i loro pungiglioni. Anche i pipistrelli, il temibile squadrone dei Pip, celebri per i loro voli notturni nonché per le loro divise nere, avevano accettato di fare un raid diurno, per essere più che altro elemento di disturbo e di scompiglio. E che dire delle ranocchie saltatrici, pronte a fare le loro acrobazie all’interno delle camicie dei nemici? Un po’ in disparte uno squadrone di topolini a molla, si era attaccato con i loro fili già tesi e fissati alla base di un albero. Ciascuno di loro aveva in dotazione una formica con le pinze, che avrebbe al momento opportuno tagliato il filo e fatto partire il proprio topolino, che coraggiosamente avrebbe avanzato finché la sua molla lo avrebbe permesso, dando così modo a chi veniva dopo di loro di avere più tempo per preparare una tattica. Piccoli eroi di Valledoro!
Intanto un esercito infinito di ragni di tutti i tipi e di tutte le dimensioni si dava da fare a tessere tele, con le quali avrebbero imprigionato il nemico. Nessuno doveva essere ucciso a Valledoro e i nemici sarebbero stati debellati dal gran ridere che avrebbero provocato tutte le armi dell’esercito dei Val.
Intanto il bip-bip cresceva sempre di più di intensità e un rumore concitato di passi si faceva sentire sempre più vicino. Tra pochi secondi l’esercito di Ego, sarebbe stato lì e dunque non c’era tempo da perdere. 
Anche Lombricone andò verso i due giovani che lo guardarono entrambi con un misto di rispetto e di deferenza. Lombricone infatti aveva ritrovato tutta la sua dignità, che gli proveniva da intere generazioni di Lombriconi Generali, Guardiamarina, Commodori, Ammiragli. Qualcuno aveva detto una volta che uno dei suoi bis,bis,bis,bisavoli, aveva eroicamente combattuto con l’Ammiraglio Nelson, uscendo dalla battaglia con una gamba in meno (anche se questa forse era una leggenda, perché da quando mai gli amici Lombriconi avevano le gambe?) e una medaglia in più.
Quella medaglia comunque ora era appuntata al petto di Lombricone, che per l’occasione aveva ritirato fuori il suo cappello da guardiamarina, anche se non aveva mai confessato a nessuno che non sapeva nuotare.
“Ora che succederà?” gli domandò Iris con apprensione
“Guardiamo e lo sapremo subito! Stanno arrivando!” rispose tra i denti, che si rivelarono una sorpresa, perché fino a quel momento non si era accorto di averli.
Di lì a poco, una decina di uomini, in tute mimetiche, con l’elmetto in testa, fecero la loro apparizione all’ingresso dell’antro. Tenevano tra le mani temibili fucili e qualcuno aveva persino dei mitragliatori. In un attimo li caricarono e puntandoli contro il piccolo esercito dissero con voce minacciosa: “Alto là o facciamo fuoco!”
Intanto il bip-bip era dapprima diventato un biiip-biiip fino a trasformarsi in biiiiip-biiiip, per poi diventare biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip-biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip, fino a non far capire più niente a nessuno.
Tutti dovettero mettersi le mani o le zampe o le ali alle orecchie per resistere a quel rumore infernale, tutti tranne i soldati che dovendo imbracciare i fucili, non potevano tapparsi le orecchie, perché avevano due mani sole e con i piedi non riuscivano né a tenere i fucili, né a tapparsi le orecchie, per cui rimasero stoicamente in quella posizione, e mentre il cervello gli andava in pappa riuscirono ancora a pensare; “Ma guarda che bisogna fare per guadagnarsi un po’ di pane!”.
Poi successe una cosa stranissima. I fucili, che nel frattempo erano rimasti impassibili tra le mani dei loro soldati, si resero improvvisamente conto che a loro nessuno avrebbe tappato le orecchie, per cui pensarono bene di farlo da soli e siccome le orecchie dei fucili, per chi non lo sapesse, sono vicine all’otturatore,( perché se non si sentissero quando sparano, come farebbero poi a mandare il rinculo a chi ha premuto il grilletto, per avvertirlo che ha sparato?) e si possono tappare solo se l’otturatore è su, pensarono bene di alzarlo per trovare un po’ di pace.
Vedendo questo, le tartarughe, i castori, i pellicani e tutti gli altri, ebbero un sospiro di sollievo, perché avrebbero potuto continuare a tenersi le orecchie tappate, e così tutti aspettarono gli eventi, cioè che quel rumore infernale avesse termine. Per fare la guerra ci sarebbe stato tempo dopo." 
 Tratto da VALLEDORO 
 
 E il dopo, ogni dopo passa attraverso una riflessione che tutti gli uomini, proprio tutti gli uomini, i più potenti per primi, dovrebbero fare per evitare spargimento di sangue.
 
Perché ho trascritto questa piccola parte del mio racconto? Di preciso non lo so neanche io, ma penso più che altro di averlo fatto per far capire e capire io stessa che nella guerra di Valledoro era stata scelta una tattica che non prevedeva distruzione e che quando i piccoli si mettono in testa di reagire alla strafottenza dei potenti con la sola forza del loro niente, può anche accadere che le armi si rifiutino di sparare anche un solo colpo.


 

martedì 24 febbraio 2026

Momenti

 Quanti momenti



ci sono  nello scorrere della vita. Momenti belli,brutti, indesiderati, inattesi.....e momenti difficili.

Nella vita i momenti difficili ci sono per tutti, e non sto certo dicendo niente di nuovo,  ma ciascuno li gestisce in maniera diversa, e il mio modo di farlo sarebbe stato quello di parlarne con le persone alle quali voglio bene, confrontarmi con loro, avere consigli, inoraggiamenti,  in parte per ricevere un po' di quella condivisione, tanto sbandierata in ogni dove,ma anche per riappropriarmi di quel po' di leggerezza, che solleva i fardelli troppo grandi da portare da soli.  Lo penso veramente, e il mio pensiero  ho sempre cercato di metterlo in pratica per andare incontro agli altri e sentirmi bene con me stessa. Ma mi sono accorta che ciò  che penso io, non necessariamente è una verità che devono pensare anche gli altri, e ne ho fatto diverse esperienze nei momenti difficili che hanno riguardato e riguardano me. E siccome mi conosco ormai da tanto tempo,i miei momenti difficili ho imparato a tenermeli per me , perché  quello che proprio non voglio è  dare noia al mio prossimo, che magari in quel momento sta vivendo un suo momento altrettanto difficile, o che si contenta solo di chiedermi come sto e poi girare pagina.

Risultato? Parlo dei miei momenti difficili al mio cane, quello che ho in fotografia, e al ritatto di una giovane ragazza,  che è  appeso sopra la scrivania  nella mia camera, e loro mi guardano comprensivi, con l'espressione di chi sa che cos'è  la vita, abbastanza stupiti che alla mia età ancora io non l' abbia capita  completamente.


venerdì 6 febbraio 2026

LA PROMESSA

 

 

 

"Con l'aiuto di Dio,
prometto sul mio onore di fare del mio meglio
per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese,
per aiutare gli altri in ogni circostanza,
per osservare la legge scout."

promessa.gif 

 

 


 

E' quello che noi Scout, consapevoli dei limiti umani che ciascuno di noi ha, cerchiamo di fare, nell'adempimento di questa promessa, portandoci dietro un insegnamento che viene da lontano e andando verso un futuro nel quale i rapporti "umani" siano sempre meno discriminanti e sempre più inclusivi.

Come dice il testo di una canzone scritta da uno di noi "con le braccia aperte per accogliere chi arriverà".

 

 

 

 

 

lunedì 26 gennaio 2026

A spasso nel Tesseract

 In questi giorni sto leggendo "Sull'eguaglianza di tutte le cose" di Carlo Rovelli.

Magari era meglio se dicevo che sto cercando di leggere il libro di Carlo Rovelli e di cercare di carpire qualcosa della teoria quantistica, che lui spiega con grande facilità, e si percepisce leggendolo, ma che io che sempre di più 'so di non sapere', come dice Aristotele, riesco solo in parte a trattenere dentro di me, grazie all'aiuto della mia forte immaginazione,  che riesce a proiettare immagini davanti ai miei occhi, ma che non saprei mai spiegare a parole a nessuno. Neanche con parole mie. 

Ho detto carpire e non capire, perché in effetti sto rubando parole che mi trasmettono sensazioni che poi diventano visive, e che mi fanno avanzare sempre un tantino di più nell'universo dei Quanti e delle loro leggi che in parte sono congruenti con  ciò che a noi è stato insegnato fino ad oggi, in parte invece se ne vanno, partono per la tangente, e  mi lasciano sperduta in mezzo allo Spazio, e molto lontana dal quel Tempo che ho sempre voluto raggiungere per spiegarmelo, senza mai riuscirci. Eppure, nonostante la mia ignoranza scientifica, non demordo, e là, dove questa si ferma nella totale incapacità di andare avanti, mi viene in soccorso la curiosità, che mi spinge sempre a continuare, a farmi domande e a cercare di capirci qualcosa. E mi sento felice.

Quando ho letto del Tesseract  la prima volta, mi si è aperto un mondo nuovo, che mi è piaciuto tantissimo e che avrei voluto esplorare, anche se da subito sono stata consapevole di non avere i numeri per poterlo fare. Ma già il fatto che si apriva una porta nuova sul Tempo mi metteva di buon umore, perché io e il Tempo, o almeno il Tempo che cerco io da sempre, fin da quando ero bambina, siamo cresciuti insieme e quando nel film Interstellar il Tesseract si è presentato magicamente ai miei occhi  non ho esitato a entrarci dentro virtualmente, per vivere  le sensazioni del protagonista. Da allora andare a spasso nel Tesseract con l'immaginazione è diventata una delle mie passeggiate preferite, dove il prima, l'ora, il poi vanno a braccetto insieme nei viali della vita, naturalmente con interpretazioni solo mie. 

Ma è bello pensare, avere intuizioni che scompaiono l'attimo dopo, percepire cose che sentiamo verranno raggiunte, chissà quando, chissà come, chissà da chi, e sapere che l'Universo nel quale respiriamo, non è solo quello che viviamo attualmete, ma molto molto di più, e del quale ogni tanto scopriamo un tassello, che prima è fantascienza e poi diventa scienza. E poi?

sabato 10 gennaio 2026

Avevo un Professore....

 Senz'altro è rimasto il mio professore preferito, quello che mi ha fatto ridere e piangere, quello che nell'arco di tanti anni e di tanta vita è rimasto nei miei ricordi, sempre come allora, perché era genuino, non si nascondeva dietro maschere professorali ma nel tempo è sempre stato solo e semplicemente se stesso.......

.....a quei tempi facevo le Magistrali e avevo una gran voglia di ridere e di divertirmi, tanto più grande, in quanto sapevo che potevo farlo solo nelle ore in cui ero a scuola, perché una volta uscita, l'atmosfera cambiava totalmente, prima di tutto perché essendo figlia unica, anche se ho avuto un rapporto bellissimo con i miei genitori di sangue romagnolo, e quindi gente allegra, loro non potevano sostituire gli amici che invece mi erano indispensabili e che trovavo solo a scuola, perché, e questo è il secondo motivo, essendo felicemente fidanzata, dal mio ragazzo  non mi era concesso di frequentare altri ragazzi e qui mi taccio.

Io invece, cresciuta in una Caserma e sempre a contatto con il genere maschile, fino a non molto tempo prima avevo avuto come compagni di giochi e di avvenure, solo dei maschi, figli di altrettanti marescialli, e quindi ero cresciuta con una mentalità da maschiaccio, riuscendo perfino a convincere l'unica amica che ho avuto a lasciare le bambole per imbracciare archi e fucili. Poi crescendo mi sono ingentilita, ma il confronto con i ragazzi mi è sempre stato più facile che con le ragazze. Per cui a scuola ero un po' vivace. 

Quando il Professore arrivò nella nostra scuola come insegnante di Latino e Geografia, doveva essere ai suoi primissimi anni di insegnamento, perché non era poi molto più grande di noi. 

Imparammo presto a conoscere che tipo fosse. Certe mattine arrivava in classe con espressione burbera, e da lì avevamo cominciato a capire che doveva avere una discussione con la fidanzata, che poi diventò sua moglie. In quelle mattinate ci guardava scuotendo la testa e appena qualcuno di noi, accennava a un sorrisetto o a una smorfia lo buttava fuori di classe.Molte volte usavamo questo espediente per guadagnare la strada del corridoio  ed evitare un'interrogazione. In quelle mattine si sedeva alla Cattedra , con una mano sfogliava il registro e con l'altra, usando solo due dita si prendeva un ciffetto di capelli che gli cadevano sempre sulla fronte e se li portava indietro. Forse era il suo modo di scaricarsi. Fatto questo, la lezione aveva inizio. 

Altre volte invece entrava di buon umore e la cosa era evidentissima perché ci chiedeva a rotazione di posare le nostre colazioni sul banco per poi venire ad attingere un po' dall' una e un po' dall' un'altra. A quel punto sapevamo che le ore passate con lui sarebbero state proprio belle e interessanti.

L'attesa di conoscere i risultati dei nostri compiti in classe di Latino, era trepidante, e non perché avessimo paura del voto, ma perché ogni volta c'era un rituale che aspettavamo e che volevamo sempre di più.

Il Professore entrava in classe con un pacchetto di fogli protocollo sotto il braccio e li buttava malamente sulla cattedra, po si sedeva, ci guardava fissamente per lungo tempo,scuoteva la testa e alla fine cominciava il rituale, Prendeva il primo compito leggeva il nome dello sventurato latinista e poi apriva il foglio e tutti potevano vedere che non c'erano correzioni. A quel punto ripiegava il foglio se lo metteva sul palmo della mano e  soppesandolo diceva: "Quanto è peso!" E la mano si abbassava sempre di più. A quel punto metteva il voto con una certa soddisfazione, specialmente se a volte era un bel 4 e concludeva "Torna a posto bestiaccia e studia!". Qualche volta i fogli risultavano più leggeri e la mano si abbassava di meno, ma erano casi rari.

Per un po' di tempo non abbiamo capito a che gioco giocasse. Come faceva a riconsegnarci dei compiti non corretti?. Ma poco dopo ci invitava a trovare noi stessi gli errori sottolineandoli,e così ci fu chiaro che li aveva corretti benissimo e noi ci prendevamo il nostro 4 con allegria senza sentirci mortificati.

Ci rendemmo subito conto che se noi avevamo cominciato a capire che tipo fosse, lui era riuscito a farlo molto prima nei nostri confronti e a capire il temperamento di ciascuno di noi. Da subito ci fu chiaro che  avevamo a che fare con una persona molto intelligente ed estremamente acculturata, perché nelle ore di geografia, partendo dai luoghi fisici ci portava a spaziare nella storia, nell'arte, nella filosofia, per non parlare della letteratura della quale era un cesellatore e in quelle ore in classe non volava una mosca e ascoltavamo col fiato sospeso e senza battere ciglio le cose che lui ci  raccontava o ci illustrava nella lavagna.

Poi arrivò la gita in quarta magistrale. Andammo sulla Costiera Amalfitana e a Capri. Un gita di ben cinque giorni e lui ci accompagnò insieme ad altri professori, ma il nostro tempo lo passammo quasi esclusivamente con lui, che ci parlava di cultura generale e di futuro, ma che da persona giovane come era in quegli anni, si divertiva a star con noi e ad ascoltare le nostre aspirazioni e anche i nostri problemi, non venendo mai meno al suo ruolo.

Fu in quel preciso momento che imparai a conoscere e a capire la sua profonda libertà intellettuale e in cuor mio di decidere di essere sempre me stessa, cosa abbastanza difficile a quell'età. Lui mi segnò la strada da seguire.

Successivamente lo ritrovai come Preside al Liceso Scientifico, dove studiavano i miei figli e ciò mi fece molto piacere.

Oggi ho saputo che il mio Professore è partito per altri lidi e lo voglio vedere come allora su quel vaporetto che ci portava alla Grotta Azzurra, con le braccia spalancate al vento, mentre ci invitava a fare altrettanto (l'abbiamo fatto molto prima di vedere questa scena sul Titanic) per andare incontro alla vita.

Buon viaggio Professore e che il mare ti sia amico e leggero.

Con la stima e l'affetto di sempre

una tua studentessa 

 

 

sabato 3 gennaio 2026

Quando non ci sono parole

Crans Montana, oggi è  conosciuta in tutto il mondo, ma che triste conquista!

Io non so se ci sono dei colpevoli per la grande tragedia che si è  consumata a capodanno, per cui non mi sento di dire niente a questo proposito,anche se è normale che  debba essere trovata la verità.

So soltanto che si sono create le condizioni, giunte da più parti, perché  si sviluppasse il terribile incendio  che ha causato la morte di tanti giovani.

Non ho parole per dire altro, perché al di là delle responsabilità oggettive, delle negligenze, delle superficialità, che  lasciano attoniti, il mio pensiero oggi è solo quello di una mamma e di una nonna, che va ai miei nipoti, che sono nell'età in cui ci si apre alla vita e si cerca la gioia dello stare insieme anche semplicemente per festeggiare l'arrivo di un anno giovane  come loro. Poi il mio pensiero passa a tutti i giovani che hanno attraversato la mia vita, nell'arco di tanti anni,permettendomi di conoscerli per cominciare a capire di che è  fatta la gioventù,o meglio ancora l'adolescenza, perché quando ero giovane io non riuscivo a sapere che cosa fosse la mia gioventù. Sentivo solo tanta leggerezza che non aveva un nome.

Tra le altre cose la gioventù  è  anche quella che ci fa sentire invincibili  mentre inconsapevoli del pericolo incombente , ci fa riprendere l'incendio che distrugge la vita.Si vive quel momento senza pensare ai materiali in cui è costruito il soffitto, senza sapere che non ci sono uscite di emergenza, senza rendersi conto che tante piccole fiaccole scintillanti,  accese su tante bottiglie tenute alte come una fiamma olimpica in un momento di gioia comunitaria,che è un inno alla vita, possono diventare strumento di morte. E questo non per incoscienza o per temerarietà, no, ma semplicemente perché queste cose non rientrano nel mondo della gioventù. A queste cose da sempre ci pensano gli adulti.Ed è quello che da sempre dovrebbero fare nella maniera giusta gli adulti.

Chi è sopravvissuto, è improvvisamente diventato adulto, e l'età anagrafica non c'entra. 

Bella la gioventù,  che nessuno riesce mai a spiegare completamente. Non bastano le parole per descrivere la gioventù,quel momento ineffabile e stupendo, che sfugge ad  ogni catalogazione, per cui quando non ci sono più  parole, rimane solo il pensiero che va alle giovani vite che non ci sono più e al dolore di chi rimane.


mercoledì 24 dicembre 2025

Quando verrà Natale

 Ciascuno vive l'attesa del Natale a modo suo. Anche chi dice di non credere sente che sta per arrivare un momento diverso dagli altri e si prepara a festeggiarlo nel modo che gli è più consono.

Io sono credente, anche se lo sono a modo mio, in una maniera molto intima e profonda, e che col passare degli anni sta diventando sempre più mia e sempre più lontana dalle luci e dal frastuono.

Io amo il silenzio che prelude al Natale, quel momento che può durare un attimo o anche giorni interi, quel silnzio che è dentro di me e che mi porta a farmi domande e a riflettere sulle domande che mi faccio. Molte volte so darmi delle risposte, ma il più delle volte no  e questo invece di deludermi mi rende contenta, perché se c'è una cosa che amo del Natale è l'aura di mistero che spande intorno a sé, l'atmosfera di dolcezza non cercata, neanche voluta, che ci avvolge anche a dispetto di noi stessi e del nostro andare, in una quotidianità, che molte volte non ci risparmia davvero. Ed è proprio questo non sapermi rispondere del perché questa storia nata duemila anni fa e che parla di un bambino,di una capanna, di una stella, continua a presentarsi agli  occhi della mia mente e del mio cuore con lo stesso fascino e la stessa attesa che avevo da bambina.

Di acqua sotto i ponti della mia vita ne è passata tanta e ha portato con sé gioia e dolore, esperienze e speranze, e se guardo me stessa riflessa in quell'acqua vedo una persona che è continumente cambiata, fino a diventare indifferente, per poi ritrovare un filo conduttore, non so neanche io quale, che mi ha spinto invece a cercare ancora, a farmi domande, a chiedermi chi sono, perché esisto, dove vado, a vivere la mia vita profondamente, anche quando è tanto faticosa.

E allora sento che il mio andare, il nostro andare, l'andare di tutto il mondo non è casualità, ma ha un senso. E questo senso io lo cerco anno dopo anno nel Natale, nella fiamma di una candela che da cinquantuno anni brilla per pochi minuti quando scocca mezzanotte. Ma che attimo di luce è sempre stato quello per me! Un momento in cui mi sembra che il senso della mia vita risplenda in quella fiammella, un momento che riaccede speranze sopite, certezze che vogliono continuare a esistere e che mi fanno dire di anno in anno che la parte più bella della mia vita deve ancora arrivare.

A


nche stanotte sarà così e accenderò la mia candela come sempre, in un momento intimo, solo mio....quando verrà Natale.